La rete telefonica in rame sta venendo progressivamente spenta.
Dove la FTTH non arriva restano due strade: l’FWA, che porta la connessione via segnale radio da antenne dedicate, e la connettività satellitare, adatta ad aree remote. Entrambe supportano il VoIP, con caratteristiche di latenza e banda diverse dalla fibra.
Il presupposto dello switch-off è che esista sempre un’alternativa: dove il rame viene spento, il servizio viene garantito su altra tecnologia. Nessuna sede resta senza collegamento. Cambia però quale tecnologia, e le differenze sono rilevanti per chi usa il VoIP.
FWA (Fixed Wireless Access). Una connessione fissa che raggiunge la sede via segnale radio da antenne territoriali, con un’antenna ricevente installata sull’edificio. È la soluzione più diffusa dove la fibra non arriva. Offre prestazioni buone, con banda adeguata all’uso aziendale ordinario e latenza contenuta. Il fattore critico è che la qualità dipende dalla visibilità verso l’antenna e dal numero di utenti serviti dalla stessa cella: la verifica di copertura in questo caso non è una formalità, è una valutazione tecnica.
Connettività satellitare. L’antenna comunica con satelliti — geostazionari o in orbita bassa — e il segnale viene instradato verso Internet tramite una stazione terrestre. Offre copertura pressoché ovunque, che è il suo valore distintivo, con latenza superiore alle tecnologie terrestri in misura molto diversa a seconda del tipo di orbita. È la scelta giusta per sedi in aree remote senza alternative, cantieri, installazioni temporanee, oppure come linea di backup.
Una considerazione sul VoIP. La telefonia su IP funziona su entrambe le tecnologie. Quello che conta non è la velocità di picco ma la stabilità: una connessione con banda modesta ma costante regge le chiamate meglio di una nominalmente veloce ma soggetta a variazioni. In fase di progetto il parametro da verificare è la banda in upload garantita nelle ore di punta, non quella dichiarata in brochure.
Una soluzione frequente nelle sedi periferiche è la combinazione di due tecnologie: una linea principale e una di backup su tecnologia diversa, così che un problema sulla prima non fermi l’operatività.
CLUSTER 2 · PRIORITÀ P1
Sì. Ricevere l’avviso di migrazione non ti vincola all’operatore che te l’ha inviata: hai il diritto di scegliere un altro fornitore mantenendo la tecnologia di destinazione. Lo switch-off è il momento naturale per rivalutare connettività e telefonia insieme.
Questa è la risposta che gli utenti cercano più spesso senza trovarla, perché la comunicazione ricevuta è formulata — comprensibilmente — come se l’unica strada fosse accettare la proposta dell’operatore attuale.
Non è così. Il cliente coinvolto in una migrazione tecnologica conserva la libertà di scegliere il fornitore, purché la tecnologia di destinazione sia coerente con quanto disponibile all’indirizzo. La dismissione riguarda l’infrastruttura, non il rapporto commerciale.
Perché è un momento razionale per riconsiderare la scelta. Nella normale vita di un contratto telefonico, cambiare operatore comporta un costo di frizione: pratiche, tempi, rischio di disservizio, personale da riorganizzare. È il motivo per cui molte aziende restano su contratti che non le soddisfano più. Lo switch-off azzera quel calcolo: l’impianto va comunque rifatto. A parità di lavoro, la domanda diventa con chi voglio farlo.
Cosa portare nel confronto: la banda in upload realmente disponibile e non solo quella nominale, la presenza di SLA con tempi di ripristino definiti, la gestione unificata di voce e connettività su un solo interlocutore, la qualità dell’assistenza in lingua italiana e i tempi reali di presa in carico. Sono i parametri su cui le differenze tra operatori sono concrete, molto più del prezzo di listino.
Sul numero, nessun rischio: la portabilità è un tuo diritto e si applica anche in questo scenario. Il numero aziendale ti segue.
Un centralino tradizionale collegato a linee ISDN o analogiche non può funzionare sulla nuova infrastruttura senza interventi. Le strade sono due: affiancarlo con un gateway che lo interfacci al VoIP, oppure sostituirlo con un centralino IP o cloud, di norma la scelta più conveniente nel medio periodo.
È il punto in cui la migrazione smette di essere una faccenda di connettività e diventa un progetto di telefonia. Il centralino tradizionale è progettato per parlare con linee fisiche che, dopo lo switch-off, non esistono più.
Opzione A — Il gateway. Un apparato che converte il segnale VoIP in un formato comprensibile al centralino esistente. Il centralino resta al suo posto e continua a funzionare come prima. Ha senso se il centralino è recente, se ci sono personalizzazioni complesse difficili da replicare, o se il budget dell’esercizio in corso è già impegnato. Comporta però un componente in più da mantenere, nessuna delle funzionalità moderne, e un rinvio del problema anziché una soluzione.
Opzione B — La sostituzione. Si passa a un centralino IP in sede o a un centralino in cloud. Ha senso praticamente sempre, se il centralino attuale ha più di qualche anno: il costo della sostituzione, soprattutto in cloud dove non c’è investimento iniziale in hardware, è spesso inferiore al costo cumulato del mantenimento di un sistema legacy. Si guadagnano interni raggiungibili ovunque, sedi collegate tra loro senza costi di chiamata interna, IVR e code configurabili dal pannello, integrazione con i gestionali, nessuna manutenzione hardware.
L’inventario che nessuno fa. Prima di decidere, verifica cosa è attestato sulle linee analogiche oltre ai telefoni: fax, sistemi di allarme, POS, combinatori telefonici degli ascensori, telecontrolli di impianti. Sono apparati che nessuno ricorda finché non smettono di funzionare, e che richiedono una soluzione dedicata nella migrazione.
Sì. Il numero è tuo e si conserva anche cambiando tecnologia e operatore, attraverso la procedura di portabilità. È un diritto riconosciuto dalla normativa AGCOM e non richiede di modificare biglietti da visita, sito o materiali aziendali.
È la preoccupazione più diffusa e la più facile da risolvere. Per un’azienda il numero non è un dettaglio tecnico: è un asset conosciuto da clienti, fornitori e istituzioni, stampato su documenti, indicizzato online, memorizzato in migliaia di rubriche. Perderlo ha un costo reale.
La portabilità (Number Portability) esiste proprio per questo. Il numero viene trasferito dall’operatore cedente a quello ricevente e resta identico, indipendentemente dal fatto che passi da rame a fibra, da ISDN a VoIP, o da un operatore a un altro. La pratica è gestita interamente dall’operatore ricevente.
I gruppi GNR. Se hai un blocco di numerazioni consecutive per gli interni, va migrato per intero. È una lavorazione più articolata di un numero singolo e va dichiarata in fase di richiesta, non scoperta in corsa.
Le numerazioni dimenticate. Fax aziendale, linee di sedi secondarie, numeri dedicati a servizi specifici: ogni numero che vuoi conservare va incluso esplicitamente nella pratica.
La corrispondenza dei dati. Il motivo di gran lunga più frequente di rifiuto di una portabilità è un disallineamento tra i dati forniti e quelli registrati presso l’operatore di provenienza: ragione sociale, indirizzo, codice di migrazione. Verificarli prima fa risparmiare settimane.
La continuità durante il passaggio. Il servizio resta attivo sull’operatore di provenienza fino al momento del cambio effettivo, che avviene in una finestra programmata e comunicata in anticipo.
Non serve cercarlo da soli: è il tuo operatore a notificarti la migrazione con mesi di preavviso. Se non hai ricevuto comunicazioni, la tua centrale non è ancora in calendario. Puoi comunque verificare quali tecnologie sono già disponibili al tuo indirizzo.
L’obbligo di informare il cliente finale è in capo all’operatore con cui hai il contratto. La comunicazione arriva via lettera, email o messaggio in fattura, e indica che la linea sarà oggetto di migrazione tecnologica entro una certa finestra temporale.
Detto questo, attendere passivamente la lettera non è la strategia migliore. Ci sono due segnali che anticipano la comunicazione ufficiale e che puoi verificare da solo.
Il primo è la tecnologia della tua linea attuale. Se hai ancora ISDN, RTG o ADSL pura, sei nella fascia più esposta: sono le tecnologie che vengono dismesse per prime. Se hai FTTC — la cosiddetta fibra mista rame — sei coinvolto, ma in una fase successiva, perché anche l’ultimo tratto in rame dell’FTTC rientra nel piano.
Il secondo è la disponibilità di FTTH o FWA nella tua zona. Dove le tecnologie sostitutive sono già presenti, la dismissione della centrale è tendenzialmente più vicina: il presupposto per spegnere il rame è che esista un’alternativa attivabile.
Un consiglio pratico per chi ha più sedi: la verifica va fatta sede per sede. Non è raro che la sede principale sia già in fibra e una filiale periferica sia ancora su ISDN, dimenticata perché funziona. È esattamente il tipo di linea che si scopre il giorno in cui smette di funzionare.
Ricevuta la comunicazione hai tempo per decidere, ma non conviene attendere la scadenza. Verifica quali tecnologie sono disponibili alla tua sede, valuta le offerte disponibili e pianifica la migrazione della connettività e della telefonia insieme.
La comunicazione non è un ultimatum e non richiede una risposta immediata. È l’avvio di una finestra di alcuni mesi in cui hai il controllo della decisione. Ecco come usarla.
Le linee ISDN e analogiche vengono progressivamente dismesse insieme alle centrali in rame. Nelle zone interessate non sarà più possibile mantenerle attive: il servizio va migrato su fibra o FWA, con la voce gestita in tecnologia VoIP. Le linee ISDN non sono peraltro più attivabili da tempo.
Le linee ISDN e RTG sono state per anni lo standard della telefonia aziendale: un centralino in sede, uno o più flussi in ingresso, numerazioni attestate su doppino in rame. Quell’architettura poggia interamente sulle centrali locali che oggi vengono spente.
Quando la centrale che serve la tua sede viene dismessa, la linea in rame che la raggiunge cessa di esistere come servizio. Non è una questione di qualità o di prestazioni: l’infrastruttura fisica viene rimossa dall’esercizio. Il servizio telefonico deve quindi essere ricostituito su una tecnologia diversa, tipicamente fibra ottica o accesso radio fisso, con la componente voce erogata in VoIP.
Il punto che sfugge più spesso è che la migrazione non riguarda solo la connettività. Cambiano insieme tre cose: il collegamento fisico alla sede, il modo in cui le chiamate arrivano, e spesso l’apparato che le gestisce. Un’azienda che pianifica solo il primo dei tre elementi si ritrova con la fibra attiva e il centralino muto.
Per questo conviene affrontare la migrazione come un progetto unico — connettività, numerazioni e sistema telefonico — anziché come tre interventi separati. È anche il momento in cui, a parità di sforzo, si può guadagnare in funzionalità: interni raggiungibili in mobilità, sedi collegate tra loro, integrazione con i gestionali.
Il piano di dismissione è già in corso. Con la delibera 123/25/CONS AGCOM ha approvato lo spegnimento di 2.055 centrali in rame presentato da FiberCop, con un percorso pluriennale. Le date non sono uniformi: ogni centrale ha un proprio calendario e un proprio preavviso.
Non esiste una data unica di spegnimento nazionale, ed è la ragione per cui la domanda genera tanta confusione. Lo switch-off procede centrale per centrale, secondo piani presentati dall’operatore di rete e approvati dall’Autorità.
Il percorso è iniziato nel 2024 con un primo gruppo di centrali e prosegue per fasi successive. Il piano approvato riguarda 2.055 centrali locali, con un orizzonte che si estende ben oltre il 2026. Diverse analisi indipendenti ritengono che il completamento effettivo possa richiedere più tempo di quanto pianificato, ma questo non cambia la sostanza per la singola azienda: quello che conta non è la data nazionale, è la data della tua centrale.
Il meccanismo prevede un preavviso — nell’ordine di 6 o 12 mesi a seconda della centrale — seguito da una fase di migrazione tecnica di circa 12 mesi. È un margine ampio, che consente di pianificare senza fretta, a condizione di non ignorare la comunicazione quando arriva.
Una considerazione di contesto: a fine 2025 oltre la metà degli accessi fissi italiani era ancora basata su infrastrutture destinate alla dismissione, tra FTTC e ADSL. La platea coinvolta è quindi molto ampia, e la quota business è sovrarappresentata proprio perché è dove ISDN e linee dedicate in rame sono sopravvissute più a lungo.